parlare bene significa pensare bene

Chi si è connesso in questi due giorni avrà potuto leggere del caso Pandora.

Questo, come spesso accade, ha generato due correnti di pensiero e di polemica differenti: chi si schierava contro la pubblicità VS chi si schierava contro a chi si schierava contro. Non ho in realtà visto particolari toni positivi nei confronti dell’adv stessa quanto piuttosto un tentativo di giustificarla (e questo è già un dato interessante). Si sa però che in Italia vi è la tendenza ad evitare di assumere posizioni impopolari (es. quella volta che, secondo i sondaggi, nessuno avrebbe votato un certo politico e poi i risultati dell’elezioni hanno detto il contrario).

Ci sono due aspetti importanti che, secondo me, devono essere presi in considerazione ogni volta che si tratta un tema simile:

  • Il problema del sessismo non è ancora stato risolto e del suo impatto a livello sociale ne abbiamo prova ogni giorno. Ci basta aprire il giornale.
  • La pubblicità, nel bene e nel male, ha da sempre avuto un ruolo di forte condizionamento sociale, e quindi, di creatore di cultura. Quella che ha nei confronti della società è una responsabilità molto forte. Chi lavora nel mondo della comunicazione e nega che questo sia vero ti sta semplicemente mentendo (e magari mente a sé stesso per avere una coscienza più leggera) o sottostima pericolosamente il problema.

Se si decide di trattare il tema degli stereotipi, e in particolare quello femminile, bisogna farlo con molta intelligenza e capacità di anticipare le possibili reazioni del pubblico in senso più ampio. Il problema di questa comunicazione, a mio avviso, è che ha voluto proporre un tema delicato tentando ammiccare a diversi target con poca convinzione. Se lo stesso messaggio fosse stato reso paradossale, come per esempio fece Buondì Motta, alla fine (nonostante le prime critiche) ci saremmo fatti tutti una sonora risata perché il sorridere di uno stereotipo ti distanzia da questo.

Questo non è accaduto e quello che mi porto a casa io, target o non target, è una placida tristezza nel pensare che davvero in Italia una donna possa ancora essere così rappresentata in una pubblicità che troneggia nella metropolitana di Milano.

I brand perdono vendite per cose di questo tipo? No, purtroppo. Qualcosa nel mio percepito del brand è cambiato? Sicuramente sì e non si è trattato di un mutamento positivo.

Ho scritto un articolo qualche tempo fa sulla responsabilità della comunicazione e sul suo generare violenza anche solo attraverso la parola. Se vuoi approfondire, puoi leggerlo qui.

 

 

Valentina Rossetti

Mi chiamo Valentina Rossetti e mi piace definirmi una strategy coach. I social media e la crescita personale sono la mia quotidianità. La musica e la fotografia digitale le passioni che coltivo.

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