Influencer VS Agenzia: lotta o alleanza?

L’alert ormai sembra chiaro: attenzione, qui qualcuno compra follower e tu lo stai pagando.
E così leggiamo con cadenza bimensile post su ogni social network, articoli e controarticoli accomunati da un certo livello di frustrazione che raccontano della nuova tendenza della fake fanbase.

Se è vero che l’agenzia può talvolta agire in ottica di “salvaguardia della propria incolumità psicologica”, facendo scelte di comodità dopo la 10° richiesta del cliente di profili con “più follower di questi”, è anche vero che spesso gli influencer (o coloro che anelano a ricoprire questo ruolo) si ostinano a pensare che sia l’agenzia a dover percepire il loro valore, senza chiedersi invece in che modo potersi rendere più interessanti per un’agenzia e vendibili a un cliente. Non parlo di sostituire l’agenzia, ma di capire le regole del contesto in cui stai giocando. Cercherò di spiegare meglio che cosa intendo.

Partiamo dalla base.

IL RUOLO DELL’INFLUENCER
L’influencer crea contenuti originali (creator), coerenti con un posizionamento più o meno preciso e li veicola (media) a una fanbase interessata proprio perché costruita nel tempo attraverso la relazione.

Questo in teoria perché poi nella pratica può avvenire che:
Non sia poi così creator e, posto davanti a un progetto più un po’ più complesso, non sia in grado di produrre un risultato all’altezza dei contenuti precedentemente creati.
• Veicolare per lui significhi proporre il suo contenuto ad una fanbase che è il risultato di: fake folllower, fake like, una fanbase ottenuta grazie a BOT e quindi manchevole di affiliazione costruita nel tempo, uno storico di commenti derivanti da gruppi privati di scambio commenti.

Sapersi destreggiare in tutto questo non è da poco.

INFLUENCER VS ADV
L’influencer come creatore di contenuti originali diventa sempre più rilevante e centrale giacché l’investimento digital sta spostando sempre di più l’asticella da un tema creativo a un tema di advertising. Ergo, un influencer paragonato a una reach&frequency perderà sempre.

Se sei un influencer devi dimostrarmi che fai degli ottimi contenuti e che una buona percentuale della tua fanbase è più che ingaggiata da questi. Se produci ottimi contenuti, ma non hai una fanbase attiva non sei un influencer, ma un creator.

Eh, ma c’è tutto il tema del fake. Hai ragione, e per questo ci sono alcuni accorgimenti che mettiamo in atto, in agenzia, per selezionare gli influencer migliori rispetto a quello che possiamo conoscere sulla base dei dati di Socialblade e compagnia.

DEAR INFLUENCER, PARLIAMOCI APERTAMENTE
Stenterai a crederlo, ma anche noi ci teniamo a fare un buon lavoro perché, mentre tu lavori con noi in un piccolo pezzo del processo, le nostre strategie di comunicazione sono tutto il resto del processo (a volte chilometrico). E se riusciamo ad aumentare awareness, vendite e loyalty, l’azienda ci rinnova il contratto. E noi siamo più felici.

Allora mi sento di condividere con te un po’ di idee. A noi piacerebbe davvero lavorare con te che hai tanti buoni stimoli e tanta voglia di fare (e di essere adeguatamente pagato). Ti faccio però una domanda: credi di stare facendo tutto quello che è possibile per aiutarci a venderti? Capiamolo insieme.

1. HAI UN POSIZIONAMENTO E UNA PERSONALITA’ DEFINITE?

Esistono tante tipologie di influencer: food, fashion, lifestyle e chi più ne ha più ne metta. Tu a che gruppo appartieni e come ti posizioni? Cosa fai per essere distintivo e, quindi, competitivo in quel posizionamento? Rispetti le regole del settore (non quelle dello scambio like, ma quelle del senno e del buon gusto)?
Non prendiamoci in giro, non basta mettere la parola “fashion” o “coocking” nel nome del tuo blog per diventare una fashion o food blogger.
D’altra parte, un influencer diventa tale non solo per quello che produce, ma anche per come lo comunica. Fai sentire la tua voce (quella originale non quella che scimmiotta qualcun altro) e vesti la tua creatività con la tua personalità.
Non voler essere tutto, convinci di quell’unica cosa che senti di voler essere.

2. QUANTO SEI DIGITAL ADDICTED?

Mi fa male al cuore dovertelo dire, ma a volte pretendi di vendere il tuo ecosistema digital anche se non è ottimizzato.
Sei un blogger: hai una linea editoriale? Il tuo lettore capisce qual è il tuo posizionamento dai tuoi articoli? Fai un’analisi del numero dei tuoi utenti medi, ti dai degli obiettivi di crescita, valuti quali linee editoriali funzionano e quali no? Conosci le regole del SEO writing? I tuoi canali social sono facilmente reperibili e aggiornati? Performano oppure no?
Magari ti lamenti di non essere percepito come influencer e poi io scopro che sul tuo sito non ci sono i pulsanti che portano ai tuoi canali social e, ancora peggio, su questi l’interazione media per post è di 100 like e due commenti.

3. SEI UN INNOVATORE?

Non ho nessun problema con chi copia sui social (e tutti a sgranare gli occhi). Intendo dire, che ci sono casi in cui proponendo la stessa tipologia di contenuti si arriva ad avere, per esempio, dei newsfeed di Instagram migliori di quelli a cui ci si è ispirati (vedi profili da milioni di follower che propongono sempre le solite foto di piatti e paesaggi sovraesposti).
Ma essere un creator è una cosa diversa. Se vuoi distinguerti, occorre che ti impegni per farlo sul serio. Che tu scriva, faccia foto, utilizzi la tavoletta grafica o canti in playback nelle stories, quello che noi ti chiediamo per poter lavorare con te è di darci un contenuto che sia originale, di qualità e abbia un senso.
Se il tuo blog o il tuo feed di Instagram sono la copia di altri 10, 100 e 1000 altri non puoi prendertela con noi perché chiamiamo il tuo corrispettivo con il triplo di fan e commenti. Piuttosto semplice, ti pare?

3. TI PRESENTI IN MODO PROFESSIONALE?

Per presentarsi in modo professionale non serve avere un manager con papillon. Un buon media kit da condividere con l’agenzia è sufficiente. Dentro questo media kit mi piacerebbe trovare il dettaglio tuoi analytics (così mi dimostri che non acquisti fake follower e che fai adv mirata per incrementare la tua fanbase in modo corretto), il tuo portfolio di collaborazioni precedenti (così so se posso coinvolgerti o meno su progetti simili o con clienti competitor), e magari dei kpi obiettivi per settore (perché l’agenzia ci mette la faccia quindi un po’ puoi mettercela anche tu se sei davvero certo della bontà del tuo lavoro e dei possibili risultati). Un po’ di numeri non fanno male e sostanziano il tuo lavoro (ed è quello che dovresti tutelare tu stesso sempre di più con proattività).

4. SEI PROATTIVO E COMPANY-ORIENTED?

Magari sei un artista incredibile o scrivi da paura, ma la tua linea editoriale è estremamente varia (per non dire caotica) e la tua creatività non direzionata.
E magari io ricevo un brief che, ahimé, avrà una scadenza decisamente poco generosa. Immagina che bello se io ti contattassi e tu avessi già qualche idea da condividere di come la tua arte o il tuo estro possano essere declinati su un certo progetto o brand. E magari si tratta di qualcosa di assolutamente inedito.

Spesso il tempo delle agenzie non è il tempo dei grandi brainstorming. Abbiamo bisogno di lavorare con persone concrete, che sappiano con facilità “scaricare a terra” un concept e vestire il brand in modo creativo.

5. E LA PASSIONE, PERDINCI

Sei influencer e il tuo compito è quello di influenzare qualcuno a fare qualcosa. Questo accade se: sei bono da paura (su Instagram più che altro) o se hai passione profonda e sei così generoso da riuscire davvero a condividerla e trasmetterla. E la passione non può essere fake, quella c’è o non c’è (soprattutto ora che il mondo della comunicazione va sempre più verso il formato video).

SE RISPETTO TUTTO QUESTO SCAVALCHERO’ I FAKE INFLUENCER?

Se rispetti tutto questo sarai considerato un professionista e più volentieri coinvolto in progetti di valore e spessore. I fake influencer ci saranno sempre esattamente come ci sono i raccomandati in ogni settore. Se tu lavori bene, non avrai di che preoccuparti.

Ti sembra troppo tutto questo? Pensa che è una grande parte di ciò che viene richiesto a chi lavora in un’agenzia pubblicitaria. Ci credi? Lo hai mai sperimentato? È proprio così.

Quindi, che vuoi fare, caro influencer: ci alleiamo o combattiamo? Non so tu, ma io opto per la prima.

 

BEST PRACTICE DI INFLUENCER CON COMMUNITY PICCOLE ED EFFICACI:

Brodo di Coccole di Valentina Masullo che su social ha creato una vera e propria brand identity: un sito che la rispecchia, un piano editoriale vario e preciso che va dalle giornate scandite da stories che raccontano il backstage del suo mondo da foodblogger a un feed di Instagram da vera content creator.
Zelda was a writer (@scrapzelda): blogger di letteratura imitata spesso e volentieri per il suo stile e il suo approccio differente a mondo Instagram.
Mariachiara Montera (@maricler) strategist e content marketing, racconta le sue passioni per il food e il viaggio con continuità da diversi anni con un tono di voce sempre più personale e distintivo.
Marta Pavia (@zuccaviolina): instagram addicted e content creator, si è specializzata nello sviluppo di storytelling su Instagram e ha una fanbase attiva e che risponde sempre con grande entusiasmo alle sue iniziative.

ps. HO LAVORATO CON OGNUNA DI LORO.

 

Valentina Rossetti

Mi chiamo Valentina Rossetti e mi piace definirmi una strategy coach. I social media e la crescita personale sono la mia quotidianità. La musica e la fotografia digitale le passioni che coltivo.

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